October sky

Di Joe Johnston

USA 1998

 

“Sebbene la storia vera cui October Sky è ispirato sia decisamente americana, quello di inseguire un sogno a tutti i costi è un tema universale. Ho voluto fare quel tipo di film – raro oggi a Hollywood – che parla di emozioni con onestà, e raccontare questa storia straordinaria con uno stile semplice, fedele ai personaggi, al loro ambiente e al loro modo di vivere”. Così nel catalogo della Mostra del Cinema di Venezia del 1999 Joe Johnston spiegava il suo film October Sky, una storia che racconta di un sogno adolescenziale destinato a diventare una splendida realtà, ma anche una vicenda che narra di un tentativo coraggioso di affrancamento da una tendenza frustrante e in qualche modo annichilente. Coalwood, West Virginia, inizia tutto dal 5 ottobre 1957. Il giorno prima i sovietici hanno lanciato in orbita il primo satellite artificiale, lo Sputnik. Inevitabile l’impatto sull’immaginario collettivo, soprattutto su quello adolescenziale. Ma la tendenza verso l’alto dei cieli, la volontà di oltrepassare quei limiti imposta da una rassegnazione generalizzata (un collega del padre dice a Homer che fare i minatori a Coalwood ‘è come per una zecca stare sul cane’), si scontra con la mentalità di un paese che si esalta soltanto per le imprese sportive e per atti di eroismo quotidiano (le imprese di John Hickam, sempre pronto a correre in aiuto di qualche suo sfortunato collega). October Sky basa tutto il suo significato sulla dialettica tra basso e alto, tra viscere della terra e spazio in cui prima un satellite poi un razzo si librano senza limiti, tra concretezza quotidiana e sogno da inseguire strenuamente, tra rassegnazione scorata e volontà di evadere da un mondo che non valorizza il talento e la disposizione, ma li placa e li inibisce. Da una parte John Hickam, il caposquadra della miniera, uomo pragmatico e disincantato, dall’altra il figlio Homer, un adolescente con i suoi sogni, pronto a lottare con tutte le sue forze per raggiungere l’obiettivo che si è prefisso e che condivide con altri tre coetanei disposti alla speranza in un domani differente dal lavoro in miniera (e le didascalie finali informano lo spettatore che tutti e quattro i ragazzi si laureeranno in ingegneria e lasceranno la povera città natale). Il razzo che vola nello spazio come metafora dell’apertura delle prospettive umane, aldilà della squallida e monotona vita di provincia che annulla e stempra. Homer e i suoi amici (Quentin, Roy Lee e O’Dell) hanno tutti dei problemi familiari che li condizionano: Quentin vive in una stanzetta angusta insieme ai suoi fratelli, Roy Lee subisce le angherie di un patrigno ubriacone e violento, O’Dell è orfano di padre e lo stesso Homer viene considerato da John come una sorta di sognatore inguaribile da ignorare finché non tornerà in sé. Solo l’insegnante spinge i quattro ragazzi ad andare avanti. Lei, la sfortunata Miss Riley, è l’unica a difendere a spada tratta il sogno dei suoi allievi al punto da andare contro le perplessità del preside Turner e della polizia locale. Miss Riley è l’immagine di chi rimane ancorato alla dimensione del sogno con le unghie: condannata da un male incurabile (il morbo di Hodgkin da cui è affetta è una sorta di tumore linfatico che si manifesta con la tumefazione delle ghiandole), la donna resisterà fino alla proclamazione della vittoria dei quattro scienziati in erba nel concorso scolastico per il quale li ha sempre incoraggiati. Il suo tentativo di educare i giovani all’inventiva e a non accettare la vuota ripetizione di una vita sempre uguale a se stessa di generazione in generazione giungerà al successo proprio in prossimità del trapasso. Se il padre di Homer, con il suo infastidito disinteresse nei confronti dell’attività del figlio, rappresenta la mentalità conservatrice delle vecchie generazioni, e Miss Riley è immagine della spinta concreta al miglioramento, lo scienziato Von Braun – a cui Homer scrive assiduamente per aggiornarlo sui suoi esperimenti e dal quale riceve, come stimolo a continuare, la sua foto – diventa il nume tutelare, un padre putativo. Tuttavia, quando l’uomo si presenta al concorso, Homer non lo riconosce. A quel punto però l’evento non è così importante, anzi per certi versi è paradigmatico, perché la vera consacrazione che il ragazzo cercava era quella del padre. Quando John, accendendo il razzo durante la dimostrazione, gliela dà, egli potrà dire finalmente di essere riuscito a costruire una relazione con il padre basata sulla fiducia reciproca. Non bisogna avere grande fiducia per pensare che un razzo possa viaggiare nello spazio?

Giampiero Frasca